L'obiettivo

L'obiettivo è l'elemento fondamentale della ripresa fotografica. Esso rappresenta, infatti, il primo e indispensabile anello della catena di tutto il processo fotografico, poichè raccoglie la luce riflessa dal soggetto e la convoglia sulla pellicola. Lo si potrebbe definire un sistema ottico, in quanto costituito da un gruppo di lenti positive e negative, tutte differenti per forma (concava o convessa di varie curvature) e caratteristiche ottiche, incollate tra loro e con le rispettive superfici opportunamente trattate, per ridurre la riflessione e la relativa perdita di luminosità allo scopo di migliorare la brillantezza dell'immagine.

In ogni obiettivo, comunque, la somma delle diottrie di ciascuna lente che lo costituisce deve dare un valore positivo, condizione indispensabile per formare un'immagine reale sulla pellicola. In questo sistema di lenti viene inserito il diaframma, un foro a sezione variabile che consente di regolare il passaggio della luce. Si potrebbe dire che per ottenere una immagine fotografica sono sufficienti una sola lente convergente (biconvessa) e un semplice foro per il passaggio della luce: l'immagine così ottenuta, però, risulterebbe penalizzata da numerosi difetti (aberrazioni). Ecco che, con l'opportuna scelta e l'assemblaggio delle lenti componenti ogni obiettivo, si possono correggere errori quali, ad esempio, la deformazione dei soggetti, la mancanza di nitidezza tra le varie zone dell'immagine, le frange di colore con il conseguente scadimento del cromatismo, eccetera. Veniamo ora agli elementi che caratterizzano gli obiettivi; la lunghezza focale, l'angolo di campo, la luminosità e la distanza minima di messa a fuoco.

Lunghezza focale.

É definita da un valore numerico che indica la distanza in millimetri tra il piano principale dell'obiettivo (centro ottico) e il piano focale (sulla pellicola) nelle condizioni di messa a fuoco sull'infinito. La lunghezza focale di un obiettivo stabilisce, in pratica, anche la scala di riproduzione dell'immagine di un soggetto ripreso ad una determinata distanza. Fotografando, infatti, un medisimo soggetto con obiettivi di diversa focale, ma alla stessa distanza di ripresa, si verifica che l'ottica di focale corta registra il soggetto o gli elementi di una scena in una dimensione inferiore rispetto alle ottiche di focale più lunga. Per determinare, anche se con una certa approssimazione, la scala di riproduzione di un soggetto, si divide la sua distanza di ripresa per il valore della lunghezza focale dell'obiettivo usato.

Facciamo un esempio. Se il soggetto fotografato da un obiettivo di lunghezza focale 50 mm. si trova a quattro metri di distanza, la scala di riproduzione (o rapporto d'ingrandimento) sarà di 1:80 (4 metri, ossia 4.000 mm., diviso 50 mm. è uguale a 80); conoscendo le reali dimensioni del soggetto si arriva a determinarne poi la dimensione sulla pellicola. Se il soggetto era una pianta di due metri d'altezza, la sua immagine sul fotogramma della pellicola risulterà di 25 millimetri ( 2 metri, ossia 2.000 mm., diviso 80 è uguale a 25 mm.). Questo procedimento, comunque, non si può applicare nel caso di riprese ravvicinate: quando la distanza del soggetto è inferiore a 20 volte la lunghezza focale dell'obiettivo, corrisponde a una scala di riproduzione di circa 1:20.

Angolo di campo.

Alla lunghezza focale di un obiettivo corrisponde un angolo massimo di ripresa, o angolo di campo, e la sua ampiezza dichiarata è riferita alla diagonale del fotogramma rettangolare o quadrato. Nella realtà, l'immagine generata da un obiettivo è circolare, poichè le lenti che lo costituiscono sono circolari; il suo diametro corrisponderà alla diagonale dell'immagine rettangolare (o quadrata) che si ottiene, perchè all'interno della macchina e davanti alla pellicola viene inserita una finestra metallica di dimensioni 24x36 mm., 24x24 mm., 6x6 cm.. eccetera. Il valore dell'angolo di campo è in diretto rapporto con la lunghezza focale dell'obiettivo e del formato della pellicola. Minore è la lunghezza focale, maggiore è l'angolo di ripresa (obiettivi grandangolari); maggiore è la lunghezza focale e minore è l'angolo di campo (teleobiettivi).

Luminosità.

Quando si dice che un obiettivo è luminoso, si intende che la sua capacità di raccogliere la luce riflessa dal soggetto è molto elevata; ciò dipende sia dalla sua lunghezza focale, sia dal diametro dell'apertura di passaggio, sia dal diaframma. Va precisato che il diaframma di un obiettivo è un foro poligonale, tendente alla forma di un cerchio, formato da tante lamelle che, con il loro spostamento simultaneo, ne variano la sezione. La funzione del diaframma di un obiettivo, concettualmente simile a quella dell'iride dell'occhio umano, è di variare la quantità di luce che lo attraversa, necessaria per una corretta esposizione. L'aria del foro del diaframma di un obiettivo viene espressa con un valore numerico: corrisponde a quante volte il diametro di questo foro sta nella lunghezza focale dell'ottica stessa. Un obiettivo di lunghezza focale 50 e con diametro massimo di apertura del diaframma di circa 12 mm. avrà un valore di luminosità espresso con la sigla f4:

50 mm. (lunghezza focale):12 mm. (diametro foro) = 4.

Così, se di un obiettivo si conoscono luminosità e lunghezza focale, il diametro del suo diaframma a tutta apertura si ricaverà invertendo i valori dell'operazione precedente:
50 mm. (lunghezza focale):f4 (diametro foro) = 12 mm.

La scala dei valori che identificano l'apertura del diaframma degli obiettivi è la seguente:

f1.2 - f1.4 - f2.8 - f4 - f5.6 - f8 - f11 - f16 - f22 - f32.

Secondo questa scala, la sezione del fotogramma corrispondente a un valore di diaframma, è sempre la metà di quella del diaframma di valore precedente, mentre è esattamente il doppio di quella del valore successivo. Con il diaframma f5.6, ad esempio, passa la metà della luce rispetto al diaframma f4 e il doppio rispetto al diaframma f8. É importante conoscere le relazioni quantitative tra i valori dei diaframmi per la valutazione dell'esposizione della pellicola; spesso, il fotografo dimentica l'utilità di scegliere anche i valori intermedi, cioè i mezzi diaframmi, con i quali è possibile gestire quantità di luce più adeguate.

La distanza minima di messa a fuoco.

In ogni obiettivo, con la manovra manuale o automatica (negli autofocus) di un elicoidale, il gruppo ottico può venire allontanato o avvicinato al piano pellicola; è in questo modo che i soggetti disposti a varie distanze di ripresa possono essere messi a fuoco, dalla posizione "infinito" sino a una distanza più vicina possibile all'obiettivo.

In ogni tipo di ottica vi è un limite alla messa a fuoco di un soggetto, riferita alla distanza minima: gli obiettivi grandangolari consentono le riprese di un soggetto a minore distanza (intorno ai 25 centimetri dal piano focale), rispetto agli obiettivi normali e ai teleobiettivi. Inquadrare una medisima scena con ottiche di diversa focale, a distanze minime diverse, può provocare modificazioni prospettiche della scena stessa e dei soggetti in essa presenti. Con la profondità di campo disponibile nelle varie ottiche, ma con limiti diversi, si possono ottenere messe a fuoco accettabili, anche oltre i valori di distanza impostati sull'obiettivo.